Estratti

Raccolta di scritti brevi già pubblicati e non

di Oreste Parise, testo riprodotto da http://www.oresteparise.it/

 

Tribù dei Galli che fondò la città di Lutezia Parisiorum che difese dall’invasione delle legioni romane.Venuta in Calabria come una delle famiglie normanne che seguirono Ruggero d’Altavilla si insediarono a Cosenza.

I Galli Parisi (o Quarisi) erano un’antica tribù celtica della Gallia che si era stabilita sulle rive della Sequana (Senna) attorno alla metà del III secolo a.C. La loro principale città era Lutetia, che nel De Bello Gallico, Cesare nomina come “oppidum Parisiorum positum in insula fluminis Sequanae”. Nella guerra contro i romani condotta da Vercingetorige, i Parisii, difendono strenuamente la loro città Lutetia contro le truppe di Tito Labieno, legatus di Giulio Cesare, fino alla morte del capo Camulogeno, loro principe e condottiero (brenn), ucciso in battaglia.

I Parisii sono anche presenti nello Yorkshire orientale e nell’Humbeside, dove si rifugiarono dopo la sconfitta per evitare di cadere sotto il dominio romano, come riferisce Tolomeo. Barry Cunliffe, studioso dei celti, in un recente libro (Britain Begins, 2012) sostiene però che la loro presenza in Britannia è di molto anteriore. “The romans knew the tribe who lived in the territory of the archaelogically named Arras culture as the Parisi. The name is closely similar to that of the Parisii, who lived in the Seine valley, and whose burials provide some of the closest parallels for the Arras graves of Yorkshire. While this may be a coincidence, it could suggest that a small group of the Parisii left the Paris basin in the late fifth century, at the time when the Continent was convulsed with folk movements, and made their way to the tranquillity of Britain, some settle in the Yorkshire Worlds among the natives. Had this been so, they would have been journeying along the familiar sea-routes that had bound Britain to the Continent for a millennium”. Cunliffe distingue nettamente i Parisi francesi e il ramo inglese i quali secondo a Tolomeo, si sarebbero rifugiati in Britannia, da cui hanno origine i cognomi Paris, Parish, Parrish, Pary, Parys, etc., il sostantivo parish e l’aggettivo parrish.

Nel 360 D.C. Giuliano l’Apostata è proclamata Imperatore dei Galli con il determinante appoggio dei Parisii e la città è ribattezzata Paris.

Nel Mezzogiorno d’Italia essi vennero insieme con i normanni. Facevano parte della trentina circa di famiglie che si insediarono nel Sud, fermandosi a Cosenza, che governarono per un lungo periodo.

La loro storia nel Sud è raccontata da Gabriele Barrio (1571) e ripresa da Giovanni Fiore da Cropani. In una recente edizione (2001) della “Calabria Illustrata”, la cui prima edizione risale al 1691, curata da Ulderico Nisticò per i tipi dell’editore Rubbettino, è stata inserita una raccolta postuma di scritti del frate cappuccino con molte notizie sui membri di questa famiglia.

Il Fiore si avvale degli studi di Cesare Armonial ripresi successivamente da Agostino Inveges, un dotto frate siciliano del XVII secolo che ha scritto molti volumi sulla nobiltà dell’isola. La famiglia Parisi ebbe molte varianti come Parisio, Parise, Paris, Parisse, tutte presenti nei documenti antichi.

Accade spesso che lo stesso personaggio venga chiamato con un cognome diverso persino nello stesso documento per errori di trascrizione dei notai o degli studiosi.

“Publico e notorio fra gli eruditi,” – scrive ad esempio Carlo De Lellis – “e n’appare, cossì da scritture autentiche del nostro Real Archivio della Zecca, e da Protocolli di antichi Notari; come da gravissimi & approvati scrittori, esser chiamata più volte una medesima famiglia con diversi Cognomi per varie ragioni; perlochè si son veduti i personaggi d’uno stesso stipite cognominarsi chi d’una maniera, e chi d’un’altra, di modo che hanno fatto stimare esserne di diversa schiatta, del che n’habbiamo infiniti documenti, fra quali, per venire al nostro tema e non apportare tedio ai lettori, ne faremo memoria d’alcune poche; come la famiglia d’Aquino fu pria detta Sommacola, indi un ramo di esse, non più Aquino, ma si disse Delle Grotte”. Il quadro è complicato dal fatto che Parisius è stato a lungo utilizzato come nome proprio per tutto il medioevo, spesso passato a patronimico.

Il capostipite del ramo meridionale dei Parisii è consideratdo Gualtiero, governatore di Parigi circa nell’anno 998, che viene citato con il cognome di Parisio.

Secondo Vincenzo Palizzolo Gravina sono “tra le famiglie illustri, che passarono da Francia in Sicilia co’ principi normanni” e poi trapiantata in Cosenza. Girolamo Sambiasi, sostiene al contrario che essa si insediò prima a Cosenza per passare successivamente in Sicilia: “Era per se medesima la casata degli Parisi a noi riguardevole in prima conciosia che per Filippo venuto in Cosenza risplendè subito ne’ figliuoli di lui grandemente”.

Scrive Giovanni Fiore“: Adunque, de’ nostri Parisi cosentini, il primo ad apparire fu Simone gran cancelliero del Regno sotto re Carlo I (il primo dei D’Angiò, che resse il Regno dal 1266 al 1285 ndr) e così notato nelle pubbliche scritture di questo re, e il conte Gugliemo Parisio, non so o se fratello o se figliuolo, il quale va notato tra rubelli di re Carlo II (successe al padre e regnò fino al 1309 ndr). Quindi, venuti in odio di detto principe tutti i Parisi, per fugirne lo sdegno vennero necessitati trapiantarsi con tutta la casa in Messina”.

Il ramo siciliano, secondo Palizzolo Gravina, ebbe inizio con Bartolomeo, il quale, passò in Sicilia sotto il regnare del conte Rogiero nella seconda metà del secolo undicesimo, ben prima della diaspora causata dai dissapori con i re angioini, e ivi divenuto signore di Calatabiano con suoi casali, e feudatario della Chiesa vescovale di Catania, con tal occasione vi piantò casa.

“Furono suoi figlioli Pagano e Gualtiero, quali si notano in molte scritture con titolo di conti, e Guglielmo, tutti e tre molto intesi al buon servizio del loro principe, onde divennero signori di molte terre e castella nella Sicilia e di Avellano, Crucoli e Liano nella Calabria: così Nicolò Mangeri, riferito dall’Inveges. Oggi però non si ritrovano dette castella di Avellano e Liano: bisognerà dunque credere, o che si fossero destrutte, o che si fossero mutate di nome”.

Dal conte Pagano vennero Gualtiero, Perrotto e Parisio, de’ quali Parisio successe al padre nel governo di Cosenza, e a questi Raimondo suo figliuolo sotto il re Manfredi, onde perciò se ne stabilì la casa nella sudetta città col cognome Parisi”.

Non è chiaro dove si sono insediati per prima. Scrive Sambiasi: “De Parisii di Cosenza più d’un secolo prima s’abbia memoria che non degli altri di Messina, onde essendo più antichi in Cosenza ch’in Messina, la conghiettura vuole che da Cosenza in Messina, e non da Messina a Cosenza, si acconzavano molto sotto al regnar degl’Aragonesi, ripartiti in due rami, detti gli uni del Cardinale e gl’altri del Consegliero”.

Due erano i rami della famiglia presenti a Cosenza alla fine del Quattrocento: “Di quelli fu ceppo Filippo, figliuoli del quale furono Andrea, segretario di re Ferdinando I, e Rogiero, ambasciadore della città al medesimo re, da cui venne Pietro Paolo gran Cardinale di S. Chiesa. Il Toppi riporta che era “Regio Uditore per assenza di Guglielmo da Benevento nel conto di Gregorio Campitello Tesoriere della Provincia di Calabria dell’anno 1463, fol. 371 del Grande Arch. della R.C.”

Degli altri fu Tomaso, consigliero di re Ferdinando il Vecchio, e Giovan Paolo, detto più volgarmente Iano Parrasio, uno dei maggiori letterati d’Italia”.

Pietro Paolo Parisi (vedi Storia dell’Università di Roma, di Filippo Maria Renazzi) fu cardinale e ebbe una cattedra alla Sapienza, dove “davasi lezione straordinaria nel tempo vespertino”. “La rinomanza, che acquistossi sulle cattedre legali non gli procacciò soltanto sterili lodi, ma fè salirlo alle più sublimi dignità. Ebbe per patria la città di Cosenza nel Regno di Napoli. Ma da Roma ei dovette riconoscere e il principio, e il compimento di sua luminosissima fortuna. In fatti l’incontro universale, che egli ebbe nell’Università Romana ad offrirgli una cattedra con grosso stipendio. Di là passò allo studio di Bologna, dove riceveva oltre mille fiorini l’anno d’onorario. Paolo III, Pontefice intentissimo a provvedere degli’impieghi della Corte e Curia Romana i più accreditati e dotti uomini del suo tempo, lo richiamò a Roma, eleggendolo all’improvviso Uditore della Camera Apostolica, e dopo anche Cardinale nel 1539, Segretario de’ Memoriali, e Vescovo di Nusco nel Regno di Napoli. Dallo stesso pontefice fu deputato per uno de’ tre cardinali legati a presiedere al Concilio generale di Trento. Finalmente carico d’anni, e di ricchezze, acquistate specialmente coi legali Consulti, de’ quali stampati furono quattro volumi, cessò di vivere in Roma, e fu tumulato nella Chiesa di S. Maria degl’Angioli alle Terme Diocleziane”.

Nel “Ragguaglio di Cosenza e di trent’uno sue nobili famiglie di Girolamo Sambiasi (Cosenza, 1639) si elencano i discendenti del sopranominato Filippo.

“Impero che Andrea fu segretario del primier Ferdinando Raonese, & in molte scritture spettabile da quello Re viene appellato, & Ruggieri l’altro figliuolo negl’anni della salute nostra mille quattrocento, & cinquanta sette, & seguenti fu più volte posto al supremo governo del nostro comune, & fu anch’egli sovente destinato a difendere le ragioni della Città. Ne doppo guari di tempo fu egli enviato Ambasciadore agli Re Raonesi per publici, & importanti affari. Ma eminentissima ha reso questa famiglia quel dottissimo cardinale che per le sue virtù, & dottrina vive ancora, & viverà mai sempre nella memoria de’ posteri, che perciò non sia sconvenevole haver di lui particolare, ma brieve sermone. Fu egli dunque figliuolo del sopramentionato Ruggieri, e Piero Pauolo hebbe nome, & avendo prima attesa alle leggi Canoniche, e Civili, tornato poi in Cosenza tolse per moglier Sigismonda di Tarsia figlia di Iacomo di Belmonte Signore, e mancatali per la morte della moglie, e poco stante venutoli meno in età ancor puerile il fanciullo rimasogli da lei, tristo, e dolente fuori di misura, tutto che di quanto recato a lui fu dalla sua mogliera egli ne fosse erede; nulladimeno con atto assai magnanimo, e generoso ridonò al suo cognato tutta la dote, e gli lasciò ancora l’universale amministratione de’ suoi beni, & egli determinato di non habitar più la dove perduto havea le due più preggiate cose del mondo doloroso, e di mal talento se ne andò a Padova, dove a pena giunto risplendendo come un sole la sua dottrina non passò guari di tempo, che assegnata a lui fu una Cattedra principale di quella Università, là dove oltre al leggere, & insegnare scrisse quattro grossi volumi, che i consigli del Parisio vengono nominati, e fece un Dittionario del contenuto in tutta la legge. Se ne venne poscia egli in Roma, e fu da diversi Sommi Pontefici adoperato in molti, e grandi carichi, & affari, & havendosi acquistato la benivoglienza, & oppinione di tutta la corte, finalmente da Pauolo Terzo, che cercò sempre con ogni studio di promuovere solamente i più degni, fu sublimato allo eminentissimo grado di Cardinale negli anni cinquecento e trentanove, e fu egli in que’ cinque anni che visse colla Porpora comunemente tenuto per soggetto, che dovea colpire al Pontificato se non havesse la morte prevenuto il salire a quella suprema grandezza.

Molti suoi allievi furono Cardinali, e ‘l Buoncompagni ammaestrato da lui con istudio, e diligenza particolare, fu creato Sommo Pontefici, e chiamossi Gregorio Decimoterzo. Hor da Francesco fratel del Cardinale, e da una donna de’ Garofali di Cosenza sono istratti i Parisi che vivono al presente. Un rampollo de’ quali propaginato in Reggio di Calavuria si vede verdeggiare in quella città nobilmente. Del medesimo cognome vi è stata un’altra stirpe, da cui nacque Tomaso Consigliero di Ferdinando Primo, e Giovan Pauolo Parisi, detto Iano Parrasio, che fu de’ più eruditi d’Italia, di cui si fa honorevole mentione nella vita degli huomini illustri. Sichè si vede che la dottrina ha essaltato assai questa famiglia”.

L’armi de’ Parisi

 

  • Accattatis, Luigi – Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, Dalla Tipografia Municipale, Cosenza, 1869. Pagg. 641
  • Aldimari, Biagio – Memorie historiche di diverse famiglie così napoletane come forastiere, Nella Stamperia di Giacomo Raillard, Napoli, 1691, pagg. 849
  • Almagiore, Tobia – Raccolta di varie notizie historiche non meno appartenenti alla historia del Summonte che curiose, Antonio Bulifon Libraro all’Insegna della Sirena, Napoli, 1675 pagg. 153
  • Barrio, Gabriele – De antiquitate et situ Calabriae, Apud Josephum De Angelis, Roma, 1571, pagg. 490
  • De Lellis, Carlo – Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli , Parte seconda, Appresso Ignazio Rispoli, Napoli, 1663 pagg. 336
  • Gaetani, F. M. Emanuele – Della Sicilia nobile, Stamperia dei Santi Apostoli, Palermo, 1754. Pagg. 661
  • Palizzolo Gravina, Vincenzo – Blasone in Sicilia ossia raccolta araldica, Visconti & Huber, Palermo, 1871. Pagg. 413
  • Renazzi, Filippo Maria – Storia dell’Università di Roma, Vol. I e II, Nella Stamperia Pagliarini, Roma, 1803, pagg. 629
  • Rostaing, Albert Dauzat-Charles – Dictionnaire des noms de lieux en France, Larousse 1968.
  • Sambiasi, Girolamo – Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglieSambiasi, Girolamo, Forni Editore, Bologna, 1639. Pagg. 236
  • Toppi, Nicolò – Biblioteca napoletana et apparato agli illustri in lettere di Napoli e del Regno, delle famiglie, terre, città e religioni che sono nello stesso regno dalle origini per tutto l’anno 1678, Appresso Alfonso Buliron. All’insegna della sirena, Napoli, 1678. Pagg. 485
  • Zavarroni, Angeli – Bibliotheca calabra, Ex Typographia Joannis De Simone, Napoli, 1753. Pagg. 253

 

Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità.

Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto. il sole?

Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro mèta, i fiumi riprendono la loro marcia. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire. Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è nientedi nuovo sotto il sole.

C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questa è una novità»?

Proprio questa è gia stata nei secoli che ci hanno preceduto. Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito. Io, Qoèlet, sono stato re d’Israele in Gerusalemme. Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. E’ questa una occupazione penosa che Dio ha imposto, agli uomini, perché in essa fatichino. Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento. Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.

Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io ho avuto una sapienza superiore e più vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza».

Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, perché chi accresce il sapere, aumenta il dolore.

lux

LUX IL BAGIGIO MISTICO

Molti anni orsono vi fù una stupida guerra,
per stupidi motivi come gli uomini solgono fare.
Molti corpi giacciono come fiori dimenticati in serra,
tra menti appassite vè ancora un uomo che sogna il mare.

Con la schiena appoggiata ad una grande quercia, giace lo stanco guerriero,
è ferito e prova dolore per i suoi simili che hanno qui trovato la morte.
Soffia un timido vento ed il velo si squarcia, dalla luce nasce il cucciolo del mistero,
con le orecchie a punta e il pelo irto e nero una striscetta bianca sfida la sorte.

Dimmi guerriero dove son i tuoi genitori? Ulula il lupo.
L’uomo guarda la terra lorda di sangue, poi alza lo sguardo al cielo cupo.
Ho fatto del cielo e della terra i miei genitori risponde il guerriero,
Bravo ! Bravo ! Ulula saltando il lupo nero.

E la tua casa dov’è? Chiede il cucciolo di lupo inclinando il dolce musetto,
l’uomo guarda le propie mani e pensa al tempo passato ed al suo effetto.
Io sono consapevole e questa è la mia casa risponde il guerriero,
Bene ! Bene ! Ulula saltando il lupo nero.

Il lupo scondinzola, si chiama Lux e può concedere poteri divini ad un cuore puro,
il guarriero sà di non aver davanti uno straniero, eppure sembra un lupo tutto nero!
Orsù dimmi qual’è il potere che brami ed io te lo concederò,
l’uomo astuto pensa bene la sua risposta, si è l’onestà ciò che ti chiederò!

Il cucciolo di lupo gira in cerchio, Bravo ! Bravo guerriero questo è parlare,
oltre al noncurante nemico hai sconfitto anche quell’ ego maledetto.
Il guerriero si alza in piedi, grazie Lux ora è tempo ti tornare al mare,
non dimenticherò mai le tue buffe orecchie a punta e quel dolce musetto.

Alfredo Giorgio Parisi

I molti sono adorabili,
L’ uno lo è per i molti.

Saturno è un Sole ancorato,
Il Sole è un Saturno dinamico.

Tu sei il Sole che illumina,
Io sono il Sole che scalda.

Lo spazio è infinito,
Il mio Amore per te,
E’ incondizionato.

Alfredo Giorgio Parisi – VeremarØ –

Un uomo rachitico seminudo, seduto sulle ginocchia recitava una litania pregna di dolore, strofinando spasmodicamente delle pietruzze fra le mani.
Dal suo copricapo ricavato da un cranio di cervo, boccoli di capelli scuri scendevano disegualmente fin le spalle. Il mago lo raggiunse, ma il suo lupo lo precedette celebrando allo strano individuo vigorose leccate, interrompendone la di lui trance mistica. L’ uomo aprì la bocca e ne uscì un liquido verdastro, poi guardando il mago e puntandogli il dito esordì.
<<Tu! Conosci il nero ceppo luogo di divinazione, luogo pauroso, nero cammino, nero gioco cui prendon parte i vecchi!>> Sbraitando con occhi accesi, <<Nero sempre in movimento, nero martello risonante, nero luogo che toglie le forze ai grandi sciamani e che dei cattivi prende la testa.>> Salivando copiosamente a destra e a manca, <<Tu hai visto! Verde vallata creata dal verde, piccolo campo con giovani boschetti, vallata verde, verdeggiante!>> Concluse quasi strozzandosi.
Il mago aprofittò della pausa forzata per intervenire.
<<Calmati fratello, tutto questo fervore non ti giova.>>
Non ebbe tempo di fare altre riflessioni che il mistico riprese a vaneggiare ancor con più grinta e fervore di prima.
<<Nera sabbia, neri dirupi nere rane brulicanti! Tu ci sei stato! Tu hai visto! Polveroso ribollente lago nero, inferno gorgogliante!>>
Alzandosi cominciò a cantare a squarciagola, <<Nero fiume agitato, nero mare vorticoso, pallidi mostri divoratori, tu ci sei stato ed hai fatto ritorno.>> Quasi ululando, che perfino il lupo del mago ormai correva agitato quà e là non capendo cosa stesse accadendo, lo sciamano continuò la sua personale cerimonia gettandosi ora in ginocchio.
<<Risplendano i tuoi occhi stellati! Tu sei saggio come il libro della saggezza, riposati presso il tuo ombroso albero sciamanico.>> E così dicendo, ripresosi un pò e sopraggiunto un leggero contegno, invitò il suo nuovo ospite a sedersi, offrendoli un pò di vino mielato. Il mago fece per aprire bocca ma lo sciamano lo zittì infilandovi con un dito un blocco di resina, indefinito e verdastro.
<<Sei stato negli inferi, sei fortunato ad avermi incontrato, io ti purificherò affinchè gli angeli possano tornare a parlarti.>> Disse con voce sorda lo sciamano cominciando a muovere ritmicalmente la testa, ponendo il suo sguardo ai mondi superiori.
<<A me orbo date gli occhi! A me sordo fate dono dell’ udito!>> Urlava lo sciamano, poi di colpo cadde in silenzio, come ad ascoltare un qualcosa che solo lui poteva sentire, riprese con foga dando pedate e dimenandosi come un ossesso, <<Orsù, sollevati, mostrati fino alla sottile cintura!>>
Di colpo il mago fu scosso da tremori e si accasciò colpito da forti conati di vomito, <<Se tu mi conosci vattene! Non ostacolarmi!>> A quelle parole uscì dalla bocca del mago una nefasta creatura con ali da pipistrello e un sol occhio al centro del peloso corpo sferico, il mago svenne quasi immediatamente.
La materia divenne colore ed il suo corpo di luce abbandonò quello fatto di carne, tutto si perse nell’ etere, viaggiando come fosse trasportato dal vento, in balia dei flutti si trovò a vagare per lande primordiali. Galleggiando tra arbusti e scogli rocciosi, come una nebbia che tutto attraversa, vide un opossum che scrutava attento l’ orizzonte. Avvicinandosi al marsupiale il mago tentò di attraversarlo ma si ritrovò prigioniero dentro ad un corpicino dalle zampette pensili, percepì la presenza di un altro essere, si fece fondamento nel suo pensiero l’ eventualità di aver arbitrariamente preso possesso di quel corpo e di doverlo ora coabitare, per poco non scivolò dal ramo.
Il mago finalmente trovò l’equilibrio necessario per domarsi e dominare. Si fermò sulle rive di un lago, avvicinandosi e specchiandosi sulle cristalline acque vide il suo musetto biancastro, il nasino umidiccio, distolse un attimo lo sguardo ponendolo sulle sue unghie artigliate.
All’ improvviso le acque si oscurarono al calare di un ombra nera. Il mago opossum sgranò gli occhietti vedendo riflessa nell’ acqua la figura di una grossa pantera, non ebbe tempo di far nulla che una pesante zampa piombò immobilizzandolo, spaventato l’animaletto comiciò a graffiare tutt’ attorno quando come un fulmine a ciel sereno nella sua mente entrò una voce.
Quando riaprì gli occhi si ritrovò disteso su delle pelli puzzolenti e con un acre sapore in bocca, il tutto condito da un leggero senso di giramento, a pochi metri il suo lupo correva saltellando con un serpente fra le fauci, lo sciamano subito dietro lo rincorreva imprecando. Ormai era giunto il giorno, una temeraria brezzolina trasportava dolci fragranze fluoreali, per un momento il mago credette di trovarsi ancora in un mondo fantastico ove tutto è possibile.
Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia, perché oltre la nera cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta dicevano i vecchi maestri, il mago si alzò in piedi riempiendo i polmoni di linfa mattutina pronto ad una nuova giornata sulla terra.

I Benandanti (alla lettera significante “buoni camminatori”) erano gli appartenenti ad un culto pagano-sciamanico contadino basato sulla fertilità della terra diffuso in Friuli attorno al XVI – XVII secolo.

mercurio alato

Ora che mi accingo a scrivere queste righe comincio a pensare che parlare del propio Angelo custode equivalga a parlare di se stessi, anche se questo potrebbe far pensare ad una semplice forzatura, ma vi assicuro che centra molto col concetto di anima. Credo doveroso fare una piccola premessa, non da maestro ma da ultimo fra gli uomini, tra i 72 nomi di Dio del Tetragrammaton vè nè è uno a me molto caro, ed è quello di Reahel. Egli traccia la mia evoluzione nel bene e nel male, egli è il mio Custode ed il mio Diavolo, nella nostra vita possiamo evolverci in esseri divini, oppure possiamo cedere alla grande illusione ed alimentare le forze che ci dividono. Ciascuno di noi è prezioso per il Signore, se Egli non ci avrebbe pensato oggi noi non esisteremmo. Comunque sia anche se il soffio originale è unico in questo breve scritto voglio affrontare la sfaccettatura dalla quale provengo, dalla quale attingo energia ed ispirazione, il tutto tentando di rimettere la bilancia in equilibrio.
Reahel è l’angelo che insieme alle propie legioni ha aperto il sentiero da cui cade nell’abisso tutto ciò che non è conforme al pensiero Divino. Egli è in grado di guarire le sofferenze del corpo e dell’anima trasformando il male in bene, la lezione che mi ha impartito è stata molto dura, ma come vedremo più avanti non è stata tutta opera sua. Visto l’esiguo spazio incui debbo trattare questi temi semplificherò in “toccare il fondo per rialzarsi.”
Un altro dono di quest’Angelo è il rispetto e la franchezza. Per colpa di quest’ultima virtù a entrambi molto cara, l’età della carne sarà molto turbolenta per tutti coloro influenzati da Reahel.
Il mio Angelo Custode molte volte ha tentato di entrare in comunicazione con me, fortunatamente grazie alla preghiera ed al vero perdono ho perdonato persino me stesso per averli voltato le spalle così a lungo. Quando finalmente sono stato pronto ad accoglierlo nel mio cuore è stato un momento che nessuna parola può ancora descrivere, se tutti i vostri preconcetti cadessero insieme, nello stesso momento cosa vedreste?
La vostra vera essenza, e dopo aver compreso chi siamo sapremo anche dove andare, questa credo sia quella che si chiama conversazione col propio angelo custode, se vi aspettate che tale processo parta dalla vostra mente vi sbagliate, è nel cuore, è dentro voi stessi che dovete cercare il vostro angelo. Molti affermano che i giorni di Reahel sono molto pericolosi e quindi sconsigliati per nascere, mi sento in dovere di rendere nota la mia opposizione a questo pensiero, affermando che chi cammina a fianco di quest’Angelo di sua scelta ha deciso di combattere contro la corrente, è un suo preciso dovere ritornare verso la luce da cui proviene, mettendo a rischio anche la propia evoluzione. Per i miei fratelli che condividono questo arduo cammino dico, l’ oscurità è un bene necessario per riconoscere la luce, noi siamo il diamante allo stato grezzo, gli ostacoli che ci opprimono sono oppurtunità, quando emergerà la nostra vera forza ogni paura sarà dissipata.

INVOCAZIONE AI SEI ANGELI DELLA BILANCIA

Ricordatevi di me, Angeli dell’Aria,
giacché ho bisogno della vostra aerea Saggezza
per sviluppare i pensieri che illumineranno la mia mente.

In virtù infatti della vostra Luce potrò avanzare spiritualmente,
prosperare materialmente, pervenire correttamente alle mie mete,
al mio dovere di acquisire coscienza umana.
Elemento unico e non rinnovabile della Creazione Divina.

Accordatemi i vostri doni e le vostre grazie,
il vostro benefico ausilio,
ed io con la mia azione  recherò Testimonianza di ciò che Voi fate per me.

Amen

Mi sono sempre chiesto il perchè della mia severità di giudizio, del mio terribile occhio critico, e degli stati di collera che mi pervadono ove vedo un ingiustizia o semplice mancanza di rispetto ed educazione. Facciamo un passo indietro, l’ Angelo Reahel appartiene al coro degli angeli podestà guidato dal severo Camael, la potenza della giustizia e della grazia, la forza e la determinazione, un essenza Marziale. E’ grazie a questo nobile arcangelo che ho capito la severa verità evolutiva, i nostri successi sono direttamente proporzionali al nostro sforzo sostenuto, la conoscenza del mondo non ci giunge come illuminazione ma tramite l’esperienza del suo funzionamento. Non mi dilungo oltre modo, le severe lezioni son quelle che non si dimenticano, comprendendo queste dinamiche si scopre l’assenza della paura e del male, ma su questo concetto non mi sento di andare oltre. Parliamo ora di Haniel, potenza dell’amore e della belezza, capo del coro degli Angeli principati domina le costellazioni del Toro e della Bilancia. Grazie a codesto Arcangelo percepisco e sono attratto dalla materia, dopo mere conquiste materiali è colui che stimola in noi la così detta “sete di sapere.” Quando hai posseduto molto, e desiderato tutto, finalmente dentro di noi si insinua il germe della comprensione, il diverso sarà costretto ad unirsi, creando un ponte tra creatura e creatore.
Voglio concludere questo breve scritto menzionando l’ultimo Arcangelo a me vicino, Raziel, potenza dell’amore e del sapere a capo degli Angeli cherubini. Egli per quanto mi riguarda rappresenta il piacere di cercare e conoscere Dio, da quando l’amore è tornato nel mio cuore Raziel è tornato ad unire quel ponte verso l’apice della gerarchia angelica, ove il capo degli Angeli siede vicino al trono venendo scambiato dagli stolti per il creatore stesso.
E’ grazie a Raziel che la verità, e la volontà invisibile diventa comprensibile per gli uomini, molto probabilmente mentre Reahel mi difendeva da me stesso è stato propio Raziel, nel momento più buio e sofferente, a prendermi per mano e condurmi verso la luce squarciando quel velo su cui tanto mi ero accanito così goffamente. Intuizzione e volontà, non sono doni magnifici? Finalmente in armonia possiamo mettere in sieme gli ultimi pezzi del puzzle intravedendo la destinazione finale.
Così l’uomo sveglio, coscente, ora può constatare il diffondersi di una nuova consapevolezza spirituale.
Mi sento in dovere di enunciare che questo è il momento di scegliere, è il momento incui a ciascuno verrà dato ciò che ha chiesto, chi vorrà progredire nello spiritò verrà accontentato, chi vorrà sprofondare nella materia verrà accontentato a sua volta. Probabilmente non riusciremo a godere dell’amore universale in questa vita, ma a furia di inseguire Demoni e autoflaggellarci forse sì, giungeremo ad una civiltà solare, impareremo a curare lo spirito ed il corpo nel medesimo modo, e cioè efficacemente. Impareremo a vedere negli altri e nelle cose, molti avranno paura di perdere un identità che non hanno mai avuto, il nostro ego sarà sempre un avversario temibile, ma è necessario distruggerlo con le pratiche tramandate nei testi sacri delle così dette “religioni”. Bisogna distruggere l’amore corrotto, l’egoismo e tutto ciò che può sostituirsi alla voce del nostro Angelo Custode.
Finchè non capirete chi siete e perchè siete qui il signore degli inganni sarà sempre pronto a distogliervi dalla retta via, fate della volontà di essere persone migliori la vostra armatura, non disdegnate il dolore e la sofferenza, nulla in questo mondo e nell’altro avviene per caso.
Vi auguro ogni bene, ho voluto farvi intravedere la via del Mercurio, ho voluto parlarvi degli Angeli a me vicini, ma ricordate, ognuno di noi segue la propia via, gli ostacoli sono gli stessi che ci siamo programmati in passato, i desideri sono il metallo che fucina le nostre catene, gli Angeli sono stati uomini un tempo, e noi siamo pronti ad essere la futura stirpe celeste?

Lunga vita e prosperità.
Alfredo Giorgio Parisi

inv

Il colore della primavera è nei fiori; il colore dell’inverno è nella fantasia.
Terri guillemets

Il mago sedeva su un grosso masso scrutando l’orizzonte, al suo fianco un gatto grande qunto un bambino di dieci anni, in posizione eretta guardava i primi fiocchi di neve scendere dal cielo.
«Sai che giorno è oggi?» Chiese il mago.
«Oggi è il giorno della zuppa di pinne di pescecane miao!»Rispose il gattone avvolto in una pesante tunica verdastra, un grazioso elmetto e delle spallucce in rame ossidato rendevano ancor più buffo lo strano animaletto.
«No mio piccolo amico, oggi è il solstizio d’inverno.» Puntualizzò il mago.
Il gattone si grattò dietro alle orecchie liberandosi dalla neve lì posatasi appena un attimo prima. Il mago protese una mano raccogliendovi al suo interno alcuni fiocchi di neve e mentre i suoi occhi si raddolcivano disse:
«Lo sai Miao che tutti questi fiocchi sono gli uni diversi dagli altri, nessun cristallo è uguale all’altro.»
Il gattone fece una buffa smorfia.
«E perchè sono bianchi?» Chiese Miao visibilmente intressato alla discussione.
«Al nostro occhio la neve appare bianca, anche se è composta da cristallini di ghiaccio trasparenti come l’acqua. Essa appare così perché ogni raggio di luce che attraversa un cristallo di neve viene leggermente riflesso. Da cristallo in cristallo continua ad esser riflessa e deviata fino a riemergere in una direzione casuale così il raggio che perviene all’occhio è una somma di tutta la luce che è emessa in quella direzione, ed è composta dalla moltitudine di tutti i colori dello spettro, dato che i cristallini di ghiaccio non assorbono alcun colore. Ai nostri occhi arrivano così tutti i colori di partenza, e di conseguenza percepiamo il colore bianco che ne è la somma.» Concluse il mago un pò affaticato.
Passarono le ore, la neve caduta incessantemente ricopriva ormai ogni cosa, compresi il mago ed il gatto. Il ragazzo dai lunghi capelli scosse il proprio mantello liberandolo dal peso della neve, il gattone di contro starnutì sonoramente. Il mago si guardò attorno, tutto era perfetto, divino.
Un puro silenzio scese sulla valle innevata, la quinta essenza, il cuore stesso della terra sembrava fare appoggio ad un celestiale disegno.
«Ora che tutto è perfetto è ora di richiamare il Signore dell’inverno dalle profondità ove dimora.» Così dicendo il mago disegnò un sigillo nella neve col propio dito, dopodichè recitò arcane parole.
Un gelido vento si generò all’interno del cerchio magico, poi il vortice divenne liquido, infine assunse la concretezza della materia. Un possente uomo dalla folta barba scrutava indispettito il giovane mago ed il suo aiutante.
«Come osi mortale scomodare un signore della mia risma.» Proruppe la voce del Signore dell’inverno.
Il mago cadde in ginocchio, poi con voce ferma disse:
«Perdonami mio signore, ti ho chiamato qui per ringraziarti dei tuoi insegnamenti, per contemplare la tua grandezza, per amare la tua essenza divina.» Il Signore dell’inverno sorrise.
«Le tue parole raddolcirebbero anche Marte, giacchè mi hai scomodato sediamoci attorno ad un fuoco prima che il tuo servitore muoia congelato.» Così dicendo i tre abbandonarono il manto invernale dirigendosi alla locanda cittadina, in cerca dell’equinozio di primavera per ricominciare una nuova vita.

Dalla raccolta Antologica “Br…Che Inverno!” della collana “Les Cahiers du Troskij Café” pubblicata dalla Montegrappa Edizioni e presentata a Roma in data 14/02/2015.