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Nessuno ha mai visto l’antico manoscritto originale ne tantomeno le tavole, ad oggi persino il loro autore ci è ignoto. Ciò che ci è dato sapere e che nel 1930 furono pubblicate queste tavole di smeraldo, tradotte dal misterioso Dr. Maurice Doreal, nome adottato da Claude Doggins in qualità di capo della Fratellanza del Tempio Bianco, una loggia occulta con sede a Pasadina in Colorado.

Un libro da leggere almeno una volta nella vita.

“Le ricerche umane per comprendere le leggi che regolano la vita sono state senza fine, eppure la verità è sempre esistita, di là del velo che protegge gli alti piani della visione materiale dell’uomo, pronta ad essere assimilata da coloro che, nella propria ricerca, ampliano la loro ottica rivolgendosi all’interno di sé, e non all’esterno. Nel silenzio dei sensi materiali esiste la chiave per svelare la saggezza. Chi parla non sa; chi sa non parla. La conoscenza più grande è inesprimibile, perché esiste come essenza in piani che trascendono le parole od i simboli. Tutti i simboli non sono altro che chiavi di porte che conducono alla verità, e molte volte la porta non si apre perché la chiave sembra troppo grande, e le cose che sono al di là restano invisibili. Se riusciremo a capire che le chiavi, tutti i simboli materiali, sono manifestazioni, e quindi estensioni di una grande Legge e verità, cominceremo a sviluppare l’ottica che ci permetterà di penetrare di là del velo. Tutte le cose in tutti gli universi si muovono secondo una Legge, e la Legge che regola il movimento dei pianeti non è più invariabile della Legge che regola le espressioni materiali dell’uomo.”

di Oreste Parise, testo riprodotto da http://www.oresteparise.it/

 

Tribù dei Galli che fondò la città di Lutezia Parisiorum che difese dall’invasione delle legioni romane.Venuta in Calabria come una delle famiglie normanne che seguirono Ruggero d’Altavilla si insediarono a Cosenza.

I Galli Parisi (o Quarisi) erano un’antica tribù celtica della Gallia che si era stabilita sulle rive della Sequana (Senna) attorno alla metà del III secolo a.C. La loro principale città era Lutetia, che nel De Bello Gallico, Cesare nomina come “oppidum Parisiorum positum in insula fluminis Sequanae”. Nella guerra contro i romani condotta da Vercingetorige, i Parisii, difendono strenuamente la loro città Lutetia contro le truppe di Tito Labieno, legatus di Giulio Cesare, fino alla morte del capo Camulogeno, loro principe e condottiero (brenn), ucciso in battaglia.

I Parisii sono anche presenti nello Yorkshire orientale e nell’Humbeside, dove si rifugiarono dopo la sconfitta per evitare di cadere sotto il dominio romano, come riferisce Tolomeo. Barry Cunliffe, studioso dei celti, in un recente libro (Britain Begins, 2012) sostiene però che la loro presenza in Britannia è di molto anteriore. “The romans knew the tribe who lived in the territory of the archaelogically named Arras culture as the Parisi. The name is closely similar to that of the Parisii, who lived in the Seine valley, and whose burials provide some of the closest parallels for the Arras graves of Yorkshire. While this may be a coincidence, it could suggest that a small group of the Parisii left the Paris basin in the late fifth century, at the time when the Continent was convulsed with folk movements, and made their way to the tranquillity of Britain, some settle in the Yorkshire Worlds among the natives. Had this been so, they would have been journeying along the familiar sea-routes that had bound Britain to the Continent for a millennium”. Cunliffe distingue nettamente i Parisi francesi e il ramo inglese i quali secondo a Tolomeo, si sarebbero rifugiati in Britannia, da cui hanno origine i cognomi Paris, Parish, Parrish, Pary, Parys, etc., il sostantivo parish e l’aggettivo parrish.

Nel 360 D.C. Giuliano l’Apostata è proclamata Imperatore dei Galli con il determinante appoggio dei Parisii e la città è ribattezzata Paris.

Nel Mezzogiorno d’Italia essi vennero insieme con i normanni. Facevano parte della trentina circa di famiglie che si insediarono nel Sud, fermandosi a Cosenza, che governarono per un lungo periodo.

La loro storia nel Sud è raccontata da Gabriele Barrio (1571) e ripresa da Giovanni Fiore da Cropani. In una recente edizione (2001) della “Calabria Illustrata”, la cui prima edizione risale al 1691, curata da Ulderico Nisticò per i tipi dell’editore Rubbettino, è stata inserita una raccolta postuma di scritti del frate cappuccino con molte notizie sui membri di questa famiglia.

Il Fiore si avvale degli studi di Cesare Armonial ripresi successivamente da Agostino Inveges, un dotto frate siciliano del XVII secolo che ha scritto molti volumi sulla nobiltà dell’isola. La famiglia Parisi ebbe molte varianti come Parisio, Parise, Paris, Parisse, tutte presenti nei documenti antichi.

Accade spesso che lo stesso personaggio venga chiamato con un cognome diverso persino nello stesso documento per errori di trascrizione dei notai o degli studiosi.

“Publico e notorio fra gli eruditi,” – scrive ad esempio Carlo De Lellis – “e n’appare, cossì da scritture autentiche del nostro Real Archivio della Zecca, e da Protocolli di antichi Notari; come da gravissimi & approvati scrittori, esser chiamata più volte una medesima famiglia con diversi Cognomi per varie ragioni; perlochè si son veduti i personaggi d’uno stesso stipite cognominarsi chi d’una maniera, e chi d’un’altra, di modo che hanno fatto stimare esserne di diversa schiatta, del che n’habbiamo infiniti documenti, fra quali, per venire al nostro tema e non apportare tedio ai lettori, ne faremo memoria d’alcune poche; come la famiglia d’Aquino fu pria detta Sommacola, indi un ramo di esse, non più Aquino, ma si disse Delle Grotte”. Il quadro è complicato dal fatto che Parisius è stato a lungo utilizzato come nome proprio per tutto il medioevo, spesso passato a patronimico.

Il capostipite del ramo meridionale dei Parisii è consideratdo Gualtiero, governatore di Parigi circa nell’anno 998, che viene citato con il cognome di Parisio.

Secondo Vincenzo Palizzolo Gravina sono “tra le famiglie illustri, che passarono da Francia in Sicilia co’ principi normanni” e poi trapiantata in Cosenza. Girolamo Sambiasi, sostiene al contrario che essa si insediò prima a Cosenza per passare successivamente in Sicilia: “Era per se medesima la casata degli Parisi a noi riguardevole in prima conciosia che per Filippo venuto in Cosenza risplendè subito ne’ figliuoli di lui grandemente”.

Scrive Giovanni Fiore“: Adunque, de’ nostri Parisi cosentini, il primo ad apparire fu Simone gran cancelliero del Regno sotto re Carlo I (il primo dei D’Angiò, che resse il Regno dal 1266 al 1285 ndr) e così notato nelle pubbliche scritture di questo re, e il conte Gugliemo Parisio, non so o se fratello o se figliuolo, il quale va notato tra rubelli di re Carlo II (successe al padre e regnò fino al 1309 ndr). Quindi, venuti in odio di detto principe tutti i Parisi, per fugirne lo sdegno vennero necessitati trapiantarsi con tutta la casa in Messina”.

Il ramo siciliano, secondo Palizzolo Gravina, ebbe inizio con Bartolomeo, il quale, passò in Sicilia sotto il regnare del conte Rogiero nella seconda metà del secolo undicesimo, ben prima della diaspora causata dai dissapori con i re angioini, e ivi divenuto signore di Calatabiano con suoi casali, e feudatario della Chiesa vescovale di Catania, con tal occasione vi piantò casa.

“Furono suoi figlioli Pagano e Gualtiero, quali si notano in molte scritture con titolo di conti, e Guglielmo, tutti e tre molto intesi al buon servizio del loro principe, onde divennero signori di molte terre e castella nella Sicilia e di Avellano, Crucoli e Liano nella Calabria: così Nicolò Mangeri, riferito dall’Inveges. Oggi però non si ritrovano dette castella di Avellano e Liano: bisognerà dunque credere, o che si fossero destrutte, o che si fossero mutate di nome”.

Dal conte Pagano vennero Gualtiero, Perrotto e Parisio, de’ quali Parisio successe al padre nel governo di Cosenza, e a questi Raimondo suo figliuolo sotto il re Manfredi, onde perciò se ne stabilì la casa nella sudetta città col cognome Parisi”.

Non è chiaro dove si sono insediati per prima. Scrive Sambiasi: “De Parisii di Cosenza più d’un secolo prima s’abbia memoria che non degli altri di Messina, onde essendo più antichi in Cosenza ch’in Messina, la conghiettura vuole che da Cosenza in Messina, e non da Messina a Cosenza, si acconzavano molto sotto al regnar degl’Aragonesi, ripartiti in due rami, detti gli uni del Cardinale e gl’altri del Consegliero”.

Due erano i rami della famiglia presenti a Cosenza alla fine del Quattrocento: “Di quelli fu ceppo Filippo, figliuoli del quale furono Andrea, segretario di re Ferdinando I, e Rogiero, ambasciadore della città al medesimo re, da cui venne Pietro Paolo gran Cardinale di S. Chiesa. Il Toppi riporta che era “Regio Uditore per assenza di Guglielmo da Benevento nel conto di Gregorio Campitello Tesoriere della Provincia di Calabria dell’anno 1463, fol. 371 del Grande Arch. della R.C.”

Degli altri fu Tomaso, consigliero di re Ferdinando il Vecchio, e Giovan Paolo, detto più volgarmente Iano Parrasio, uno dei maggiori letterati d’Italia”.

Pietro Paolo Parisi (vedi Storia dell’Università di Roma, di Filippo Maria Renazzi) fu cardinale e ebbe una cattedra alla Sapienza, dove “davasi lezione straordinaria nel tempo vespertino”. “La rinomanza, che acquistossi sulle cattedre legali non gli procacciò soltanto sterili lodi, ma fè salirlo alle più sublimi dignità. Ebbe per patria la città di Cosenza nel Regno di Napoli. Ma da Roma ei dovette riconoscere e il principio, e il compimento di sua luminosissima fortuna. In fatti l’incontro universale, che egli ebbe nell’Università Romana ad offrirgli una cattedra con grosso stipendio. Di là passò allo studio di Bologna, dove riceveva oltre mille fiorini l’anno d’onorario. Paolo III, Pontefice intentissimo a provvedere degli’impieghi della Corte e Curia Romana i più accreditati e dotti uomini del suo tempo, lo richiamò a Roma, eleggendolo all’improvviso Uditore della Camera Apostolica, e dopo anche Cardinale nel 1539, Segretario de’ Memoriali, e Vescovo di Nusco nel Regno di Napoli. Dallo stesso pontefice fu deputato per uno de’ tre cardinali legati a presiedere al Concilio generale di Trento. Finalmente carico d’anni, e di ricchezze, acquistate specialmente coi legali Consulti, de’ quali stampati furono quattro volumi, cessò di vivere in Roma, e fu tumulato nella Chiesa di S. Maria degl’Angioli alle Terme Diocleziane”.

Nel “Ragguaglio di Cosenza e di trent’uno sue nobili famiglie di Girolamo Sambiasi (Cosenza, 1639) si elencano i discendenti del sopranominato Filippo.

“Impero che Andrea fu segretario del primier Ferdinando Raonese, & in molte scritture spettabile da quello Re viene appellato, & Ruggieri l’altro figliuolo negl’anni della salute nostra mille quattrocento, & cinquanta sette, & seguenti fu più volte posto al supremo governo del nostro comune, & fu anch’egli sovente destinato a difendere le ragioni della Città. Ne doppo guari di tempo fu egli enviato Ambasciadore agli Re Raonesi per publici, & importanti affari. Ma eminentissima ha reso questa famiglia quel dottissimo cardinale che per le sue virtù, & dottrina vive ancora, & viverà mai sempre nella memoria de’ posteri, che perciò non sia sconvenevole haver di lui particolare, ma brieve sermone. Fu egli dunque figliuolo del sopramentionato Ruggieri, e Piero Pauolo hebbe nome, & avendo prima attesa alle leggi Canoniche, e Civili, tornato poi in Cosenza tolse per moglier Sigismonda di Tarsia figlia di Iacomo di Belmonte Signore, e mancatali per la morte della moglie, e poco stante venutoli meno in età ancor puerile il fanciullo rimasogli da lei, tristo, e dolente fuori di misura, tutto che di quanto recato a lui fu dalla sua mogliera egli ne fosse erede; nulladimeno con atto assai magnanimo, e generoso ridonò al suo cognato tutta la dote, e gli lasciò ancora l’universale amministratione de’ suoi beni, & egli determinato di non habitar più la dove perduto havea le due più preggiate cose del mondo doloroso, e di mal talento se ne andò a Padova, dove a pena giunto risplendendo come un sole la sua dottrina non passò guari di tempo, che assegnata a lui fu una Cattedra principale di quella Università, là dove oltre al leggere, & insegnare scrisse quattro grossi volumi, che i consigli del Parisio vengono nominati, e fece un Dittionario del contenuto in tutta la legge. Se ne venne poscia egli in Roma, e fu da diversi Sommi Pontefici adoperato in molti, e grandi carichi, & affari, & havendosi acquistato la benivoglienza, & oppinione di tutta la corte, finalmente da Pauolo Terzo, che cercò sempre con ogni studio di promuovere solamente i più degni, fu sublimato allo eminentissimo grado di Cardinale negli anni cinquecento e trentanove, e fu egli in que’ cinque anni che visse colla Porpora comunemente tenuto per soggetto, che dovea colpire al Pontificato se non havesse la morte prevenuto il salire a quella suprema grandezza.

Molti suoi allievi furono Cardinali, e ‘l Buoncompagni ammaestrato da lui con istudio, e diligenza particolare, fu creato Sommo Pontefici, e chiamossi Gregorio Decimoterzo. Hor da Francesco fratel del Cardinale, e da una donna de’ Garofali di Cosenza sono istratti i Parisi che vivono al presente. Un rampollo de’ quali propaginato in Reggio di Calavuria si vede verdeggiare in quella città nobilmente. Del medesimo cognome vi è stata un’altra stirpe, da cui nacque Tomaso Consigliero di Ferdinando Primo, e Giovan Pauolo Parisi, detto Iano Parrasio, che fu de’ più eruditi d’Italia, di cui si fa honorevole mentione nella vita degli huomini illustri. Sichè si vede che la dottrina ha essaltato assai questa famiglia”.

L’armi de’ Parisi

 

  • Accattatis, Luigi – Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, Dalla Tipografia Municipale, Cosenza, 1869. Pagg. 641
  • Aldimari, Biagio – Memorie historiche di diverse famiglie così napoletane come forastiere, Nella Stamperia di Giacomo Raillard, Napoli, 1691, pagg. 849
  • Almagiore, Tobia – Raccolta di varie notizie historiche non meno appartenenti alla historia del Summonte che curiose, Antonio Bulifon Libraro all’Insegna della Sirena, Napoli, 1675 pagg. 153
  • Barrio, Gabriele – De antiquitate et situ Calabriae, Apud Josephum De Angelis, Roma, 1571, pagg. 490
  • De Lellis, Carlo – Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli , Parte seconda, Appresso Ignazio Rispoli, Napoli, 1663 pagg. 336
  • Gaetani, F. M. Emanuele – Della Sicilia nobile, Stamperia dei Santi Apostoli, Palermo, 1754. Pagg. 661
  • Palizzolo Gravina, Vincenzo – Blasone in Sicilia ossia raccolta araldica, Visconti & Huber, Palermo, 1871. Pagg. 413
  • Renazzi, Filippo Maria – Storia dell’Università di Roma, Vol. I e II, Nella Stamperia Pagliarini, Roma, 1803, pagg. 629
  • Rostaing, Albert Dauzat-Charles – Dictionnaire des noms de lieux en France, Larousse 1968.
  • Sambiasi, Girolamo – Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglieSambiasi, Girolamo, Forni Editore, Bologna, 1639. Pagg. 236
  • Toppi, Nicolò – Biblioteca napoletana et apparato agli illustri in lettere di Napoli e del Regno, delle famiglie, terre, città e religioni che sono nello stesso regno dalle origini per tutto l’anno 1678, Appresso Alfonso Buliron. All’insegna della sirena, Napoli, 1678. Pagg. 485
  • Zavarroni, Angeli – Bibliotheca calabra, Ex Typographia Joannis De Simone, Napoli, 1753. Pagg. 253

 

Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità.

Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto. il sole?

Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro mèta, i fiumi riprendono la loro marcia. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire. Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è nientedi nuovo sotto il sole.

C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questa è una novità»?

Proprio questa è gia stata nei secoli che ci hanno preceduto. Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito. Io, Qoèlet, sono stato re d’Israele in Gerusalemme. Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. E’ questa una occupazione penosa che Dio ha imposto, agli uomini, perché in essa fatichino. Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento. Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.

Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io ho avuto una sapienza superiore e più vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza».

Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, perché chi accresce il sapere, aumenta il dolore.

Più che una conferenza, questa che si è tenuta all’UniAleph, sembra un accorato ultimo appello all’intera comunità italiana perché si renda conto che il popolo, il territorio e la sovranità sono sotto attacco. L’Italia è stata tradita dalla propria classe dirigente e la Carta Costituzionale è il solo faro da seguire per la rinascita della Nazione. Vengono messe sotto accusa le istanze liberiste, le quali convogliano enormi ricchezze nelle mani di pochi condannando i molti all’indigenza: sta accadendo all’Italia quello che è già successo alla Grecia.
Per questo motivo dobbiamo rivolgere i nostri sforzi collettivi al bene pubblico. Il filo conduttore che lega in modo dominante i vari interventi riporta l’attenzione sul ritrovare l’unità nazionale. I relatori lanciano a più riprese un pesante atto di accusa al sistema monetario e giuridico europeo, reo di distruggere l’economia italiana ed il suo stato di diritto, che ci ha visti costretti a chiedere in prestito il denaro alle banche aumentando così a dismisura il debito pubblico, saldamente nelle mani di entità finanziarie sovranazionali dedite alla speculazione. Serve agire in fretta per evitare l’irreversibile. Come si legano temi tanto diversi come salute e democrazia, fisica e storia, finanza e psicologia, informatica e diritto? Su Byoblu cinque relatori di grande spessore vi accompagneranno in un cammino che metterà in discussione le certezze che credevate di avere.

Guido Grossi, protagonista su Byoblu del video “Il furto del debito pubblico, spiegato bene” che ha ottenuto già oltre settecentomila visualizzazioni e scatenato fiumi di polemiche, oggi nella sua intervista di esordio con Claudio Messora nella quale, dati e grafici alla mano, dimostra come siamo tutti ostaggi della follia economica, proponendo però una via d’uscita.


Scendiamo nuovamente nell’arena !!!

HANGERS FONDATORI! PER CELEBRARE L’USCITA DEL SECONDO ATTESISSIMO VOLUME ECCO IL VOSTRO NOME SCOLPITO ANCHE SUL SECONDO EPISODIO. VE LO SIETE MERITATO.